Buongiorno readers! Oggi torno a parlarvi di un’autrice che ormai sapete essere una delle mie certezze quando ho bisogno di immergermi in una storia capace di regalarmi molto più di un semplice romance. Sto parlando di Aurora R. Corsini e del suo nuovo romanzo, Sanguinis, primo volume della serie Le ombre dell’Eos. E se vi dicessi che dietro vampiri, mannari, sangue e misteri si nasconde soprattutto una storia fatta di solitudine, paura e bisogno di essere scelti? Curiosi?
Sanguinis (Le ombre dell’Eos Vol. 1) di Aurora R. Corsini : ciò che ti cambia
Noah è il Dominus Sanguinis, il vampiro che tutti temono. Può strappare il sangue dai corpi anche a distanza, ma il suo potere più pericoloso è la Fame che vive dentro di lui.
Dopo tre secoli sotto il controllo di un creatore crudele, Noah è finalmente libero. Quando l’Eos lo manda a indagare su un traffico di esseri umani al confine tra Montana e Canada, ritrova Alexis, il puma mannaro che un secolo prima era fuggito da lui… e dall’attrazione impossibile che li legava.
Alexis vive da anni in solitudine sulla Whitefish Range, ma il ritorno di Noah riapre desideri mai dimenticati e ferite mai guarite. Mentre l’indagine porta alla luce cadaveri, tradimenti e una minaccia vicinissima, i due dovranno imparare a fidarsi l’uno dell’altro.
Perché amare Noah significa avvicinarsi al sangue, al pericolo e al mostro che teme di diventare. Ma Alexis non vuole scappare di nuovo. Questa volta vuole restare.
Quando due ferite imparano a riconoscersi
Pardus mi ha lasciato un segno particolare. È ancora oggi uno dei miei libri preferiti di Aurora R. Corsini e, forse proprio per questo, quando ho iniziato Sanguinis mi sono ritrovata a cercare tra le sue pagine quella stessa capacità di costruire personaggi che non si limitano a vivere una storia, ma sembrano portarsi addosso qualcosa anche quando il libro è ormai chiuso. Ciò che apprezzo maggiormente della sua scrittura è la capacità di raccontare il soprannaturale senza lasciare che siano le creature, i poteri o il worldbuilding a prendersi tutto lo spazio. Prima ancora dei vampiri e dei mannari, ci sono le persone. Ci sono le loro paure, le loro ferite, ciò che nascondono e tutto quello che vorrebbero poter essere.
E Sanguinis, primo volume della serie Le ombre dell’Eos, parte proprio da qui. Ci porta in un mondo fatto di vampiri, mannari, sangue, misteri e legami soprannaturali, ma sotto questa superficie c’è soprattutto una storia di solitudine, paura, fiducia e bisogno di essere scelti. E forse è proprio questo che mi ha fatto sentire nuovamente a casa tra le pagine di Aurora: la sensazione che dietro ogni elemento fantastico ci sia sempre qualcosa di profondamente umano..
Quando il mostro che temi di essere diventa la parte di te che devi imparare ad accettare
Noah porta dentro di sé qualcosa che non riesce a controllare: la Fame. Ma più leggevo, più mi rendevo conto che quella Fame non era soltanto una caratteristica della sua natura. Era quasi una seconda pelle, una parte di lui che aveva imparato a temere, a nascondere e a considerare pericolosa. Noah non è semplicemente il classico protagonista soprannaturale potente e tormentato, ma qualcuno in cui forza e fragilità convivono continuamente e tutto ciò lo rende un personaggio davvero realista. È come guardare una persona stringere tra le mani una lama sapendo che, prima o poi, potrebbe ferire qualcun altro oppure sé stessa.
La sua storia parla di controllo, paura e accettazione, ma soprattutto di cosa succede quando smettiamo di considerarci un mostro solo perché qualcuno ci ha insegnato a guardarci in quel modo. E credo che sia proprio qui che il romanzo riesca a superare il semplice paranormal romance: il soprannaturale diventa uno strumento per parlare di qualcosa di estremamente umano, della difficoltà di accettare le proprie parti più oscure e della paura che queste possano renderci impossibili da amare.
Noah e Alexis: due solitudini che si incontrano
E poi c’è Alexis. Se Noah è una creatura che ha paura di ciò che porta dentro, Alexis è qualcuno che ha imparato a convivere con un vuoto. Sono due personaggi molto diversi e proprio questa distanza rende il loro rapporto così interessante, all’inizio non riuscivo a trovare un legame tra i due. Eppure il loro amore non arriva come un fulmine e non ha bisogno di essere immediato per funzionare: si avvicina lentamente, fa un passo avanti e uno indietro, prende le misure dell’altro e impara a riconoscerlo.
Questa è probabilmente una delle cose che ho amato di più di questo romanzo: l’amore non viene presentato come una soluzione magica ai problemi dei protagonisti. Non basta innamorarsi per guarire dalle proprie ferite, e Alexis non è semplicemente “colui che salva Noah”. Il loro rapporto diventa piuttosto uno spazio in cui entrambi possono imparare nuovamente a fidarsi e leggendo del passato di entrambi sarà ancora più vivida questa sicurezza. A volte trovare qualcuno disposto a restare non significa avere finalmente la soluzione a tutti i propri problemi, ma semplicemente trovare un posto in cui poter abbassare la guardia. Noah e Alexis, per me, sono un po’ questo: due ferite che imparano a respirare nello stesso spazio.
Quando essere scelti significa poter abbassare la guardia
Durante la lettura ci troviamo sicuramente a esplorare il trope narrativo Hurt/Comfort, ma non nella sua accezione più semplice. La cura passa soprattutto attraverso la fiducia, attraverso quei piccoli gesti che riescono a dire sono qui senza avere bisogno di pronunciare davvero quelle parole. È una dinamica che ho apprezzato perché non cancella il dolore dei personaggi, ma permette loro di affrontarlo in modo diverso, senza pretendere che le ferite spariscano semplicemente perché qualcuno ha scelto di restare.
Credo che sia proprio questo il motivo per cui il loro rapporto mi ha coinvolta così tanto. Tutti, almeno una volta, abbiamo avuto bisogno di qualcuno davanti al quale poter smettere di essere forti, qualcuno davanti al quale lasciare cadere l’armatura senza la paura che venga utilizzata contro di noi. E forse Alexis diventa proprio questo per Noah: non una persona che lo salva, ma una persona davanti alla quale Noah può finalmente smettere di nascondersi. Come in Pardus, anche qui la fiducia non è immediata e non c’è un instant love a semplificare il percorso: ogni scena, ogni piccolo avvicinamento e ogni momento condiviso diventano un tassello nella costruzione di una relazione che ha bisogno di tempo per trovare le proprie fondamenta. Ho amato vedere due persone imparare, poco alla volta, che affidarsi a qualcuno non significa diventare più deboli, ma trovare finalmente uno spazio in cui poter essere sé stessi.
Un mondo che si scopre pagina dopo pagina
Una delle cose che apprezzo maggiormente nella scrittura di Aurora è il modo in cui riesce a utilizzare il soprannaturale per parlare di qualcosa di profondamente umano. In Sanguinis vampiri e mannari non sono semplicemente creature affascinanti inserite nella storia per creare atmosfera: il loro rapporto, la Fame, i legami tra le specie e il modo in cui i personaggi vivono la propria natura diventano parte integrante della narrazione. Il worldbuilding non viene quindi messo lì come semplice decorazione, ma diventa qualcosa che influenza i personaggi, le loro scelte e soprattutto il modo in cui imparano a rapportarsi gli uni con gli altri.
Ho apprezzato soprattutto il modo in cui questo mondo viene scoperto progressivamente, senza trasformarsi in un enorme blocco di spiegazioni capace di spezzare il ritmo. È un mondo che si apre poco alla volta, come una porta che all’inizio lasci soltanto socchiusa, ma che pagina dopo pagina ti viene sempre più voglia di spalancare. E mentre iniziamo a comprenderne le regole, ci troviamo anche a seguire un’indagine fatta di pericoli, traffici e segreti che aggiunge alla storia una componente di suspense. Devo ammettere che, personalmente, avrei voluto qualche approfondimento in più proprio su questo aspetto, perché in alcuni momenti ho sentito il mystery lasciare spazio alla relazione tra Noah e Alexis. Allo stesso tempo, però, credo che sia una questione legata soprattutto alle mie aspettative: il vero centro del romanzo rimane infatti la dimensione emotiva dei protagonisti e l’indagine diventa il filo che permette di mettere alla prova il loro rapporto. Alla fine, quindi, il mistero che mi ha interessata maggiormente non è stato soltanto quello legato a ciò che accade intorno a loro, ma quello molto più intimo che riguarda chi sono, cosa hanno dovuto diventare per sopravvivere e cosa possono ancora scegliere di essere.
Una scrittura che lascia qualcosa
Una delle cose che apprezzo della scrittura di Aurora R. Corsini è la capacità di raccontare emozioni intense senza appesantirle. La sua è una scrittura fluida e scorrevole, ma soprattutto molto attenta ai personaggi e a quello che provano. Non ha bisogno di esagerare per trasmettere un’emozione: spesso sono proprio i piccoli gesti, i silenzi e le fragilità dei personaggi a parlare.
Ho apprezzato anche la gestione dei flashback, perché non li ho percepiti come semplici interruzioni della storia. Servono a conoscere meglio Noah e Alexis, a ricostruire il loro passato e a dare un significato diverso a quello che accade nel presente. È un po’ come guardare una fotografia sfocata: all’inizio riconosci soltanto i contorni, ma andando avanti riesci a vedere sempre più dettagli e a capire finalmente cosa stavi guardando.
Sanguinis mi ha lasciato proprio questo: la sensazione di aver letto una storia di mostri, ma non nel senso che potremmo aspettarci. Perché più che dei mostri, parla di persone che hanno passato troppo tempo a credere di esserlo. Parla di paura, solitudine, fiducia e del bisogno di trovare qualcuno davanti al quale poter finalmente abbassare la guardia. Noah ha la Fame. Alexis ha le sue ferite. E insieme imparano che forse non tutto ciò che ci rende diversi deve essere qualcosa da combattere.
Per me Sanguinis è stata una lettura intensa e coinvolgente, capace di lasciarmi quella sensazione che cerco sempre in un libro: qualcosa che rimane anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. E, dopo Pardus, tornare nell’universo di Aurora è stato sicuramente un viaggio che ho fatto con piacere.
4.0 out of 5.0 stars
