Buongiorno readers! Oggi vi parlo di Petrichor – Il campione e la falena di Ahiryn Woodrop, una lettura che mi ha sorpresa per la delicatezza con cui accompagna i suoi personaggi e per l’attenzione dedicata alle loro emozioni.
Petrichor, Il campione e la falena di Ahiryn Woodrop: quel fantasy steampunk che non ti aspetti
In un mondo magico di fate mostruose e umani che si rifugiano in metropoli impenetrabili di metallo, il soldato Kieran Reed è costretto a stringere un accordo con il pericoloso criminale dal sangue fatato Silas Vaukhram, suo arcinemico.
Il gioco mortale che per anni li ha resi nemici ora ha ribaltato le regole; dovranno collaborare per sopravvivere a un intrigo che li vuole entrambi morti e man mano che cercheranno di andare avanti, riscopriranno il rapporto che li aveva così uniti prima che la guerra li ponesse su fronti opposti.
Riusciranno a mettere da parte anni di odio per scampare a potenti fate mortali, criminali senza scrupoli e a un mondo che si serra intorno a loro per annientarli?
Un fantasy steampunk in cui i sentimenti hanno il loro spazio
Leggere questo libro è stato come fare un salto in un mondo fantasy steampunk in cui i sentimenti hanno il loro spazio. La storia non cerca scorciatoie e lascia ai personaggi il tempo necessario per sbagliare, chiudersi in sé stessi e imparare poco alla volta a fidarsi.
È un percorso che richiede pazienza anche al lettore. Nel frattempo, però, Ahiryn Woodrop accompagna la scoperta di un mondo tanto unico quanto intrigante. L’ambientazione di Petrichor, ispirata ai primi del Novecento, fonde l’immaginario industriale con quello delle fate e dà vita a una realtà complessa e ricca di contrasti. Da una parte troviamo le città dominate dalle Corporazioni e da una ristretta élite che concentra il potere nelle proprie mani. Dall’altra ci sono le Corti Fatate, luoghi in cui meraviglia e inquietudine convivono e dove l’ordine delle città industriali lascia spazio a qualcosa di più antico e imprevedibile.
Tra questi due mondi si collocano i Sanguemisto. La loro esistenza non rappresenta solo un motivo di contesa tra umani e fate, ma è anche strettamente legata al sistema magico del romanzo. Ho trovato questo elemento particolarmente interessante perché contribuisce a rendere Gardena un luogo attraversato da tensioni sociali e politiche, in cui il valore delle persone sembra dipendere dal ruolo che ricoprono e dall’utilità che possono avere per gli altri.
Da amante delle fate e dei fae, ho apprezzato molto il modo in cui l’autrice le ha rappresentate. Non sono creature addolcite o rassicuranti. Al contrario, conservano quell’ambiguità che tanto amo nelle storie che le vedono protagoniste. Sono splendide e inquietanti allo stesso tempo, impossibili da racchiudere nelle categorie di bene e male. Mi hanno ricordato le creature del folklore, affascinanti proprio perché sfuggono a ogni tentativo di essere comprese fino in fondo.
Negli ultimi tempi mi sto ritrovando a leggere molti romanzi ambientati in mondi corrotti e devo ammettere che è un aspetto che trovo sempre molto stimolante. Anche in questo libro nulla appare completamente bianco o nero. Questo porta inevitabilmente a riflettere sull’etica, sulla moralità e sulle conseguenze di sistemi che, dietro una facciata apparentemente ordinata, nascondono profonde disuguaglianze.
Politica, magia, memoria, identità e relazioni si intrecciano continuamente, dando spazio a un sistema che intriga e stimola il lettore. Nulla sembra inserito per caso. Ogni rivelazione, al contrario, aggiunge un nuovo tassello e contribuisce a rendere Gardena sempre più viva e sfaccettata. È una di quelle storie che, capitolo dopo capitolo, mostrano quanto lavoro ci sia dietro alla costruzione del mondo e dei suoi personaggi. E qui ci tengo a fare i miei complimenti all’autrice, perché è riuscita a stimolarmi così tanto da portarmi a rileggere più volte alcuni passaggi nel tentativo di trovare le parole e le emozioni giuste per parlarne.
Il Campione e la Falena: un enemies to lovers costruito sulle fragilità
I personaggi sono centrali e li ho amati sia per la loro identità sia per la caratterizzazione, frutto di una notevole attenzione ai dettagli. Non vengono definiti dalla forza o dal ruolo che ricoprono, ma dalle loro paure, dai limiti e da tutto ciò che cercano di nascondere.
Ho trovato interessante osservare il modo in cui entrambi si confrontano con il peso delle aspettative e con quella sensazione di non sapere bene quale posto occupare nel mondo. Entrambi hanno paura di diventare un problema per gli altri e finiscono spesso per mettere da parte sé stessi. Mi ci sono ritrovata spesso, perché per molto tempo anch’io ho vissuto quello stesso spazio mentale. Proprio per questo ho apprezzato il fatto che una storia dai tratti fantasy abbia dato valore a queste fragilità e a sentimenti che, ancora oggi, trovo estremamente attuali.
Il rapporto tra Kieran e Silas si inserisce all’interno di una dinamica enemies to lovers che mi ha incuriosita fin dalle prime pagine. Al di là delle incomprensioni iniziali, ciò che mi ha legata davvero è stato il modo in cui il loro legame si costruisce a partire dalle rispettive fragilità. La storia lascia spazio ai dubbi, agli errori e alla necessità di imparare a guardare l’altro oltre ciò che rappresenta.
Il passato continua a influenzare il presente e i ricordi diventano parte integrante della storia. La memoria occupa un ruolo centrale e porta il lettore a riflettere su quanto essa contribuisca a plasmare la nostra identità e il nostro modo di vivere i legami con gli altri. Attraverso le varie rivelazioni, il libro mostra quanto certi legami possano sopravvivere anche all’odio e a tutto ciò che è successo nel frattempo.
La storia di Kieran e Silas non inizia con queste pagine e, forse, è proprio questo a renderla così coinvolgente. Tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, il romanzo si interroga continuamente su quanto le persone possano cambiare e su ciò che, invece, continua a legarle nonostante tutto. Essendo soltanto il primo capitolo della saga, sono molto curiosa di vedere come evolveranno nel prossimo libro e quali conseguenze avranno le scelte compiute finora.
Il bisogno di essere scelti
Se dovessi individuare un tema che attraversa tutto il romanzo, probabilmente sceglierei quello dell’identità e dell’appartenenza. Il desiderio di trovare qualcuno davanti al quale non sia necessario apparire diversi è qualcosa in cui mi sono ritrovata molto. Credo sia uno degli aspetti che rendono questo romanzo così facile da sentire vicino, nonostante l’ambientazione fantastica.
Attraverso un sistema alternativo e lontano dal nostro, Ahiryn Woodrop riesce infatti a dare voce a sentimenti estremamente attuali. Il bisogno di essere accettati. La paura di mostrarsi per ciò che si è davvero. E quella convinzione, spesso difficile da scardinare, di dover meritare l’affetto e la presenza degli altri. In fondo, molti personaggi di Petrichor sembrano chiedersi la stessa cosa: chi siamo al di là del ruolo che gli altri hanno scelto per noi?
Sono temi profondamente umani che l’autrice affronta con sensibilità e senza offrire risposte semplici. Al contrario, lascia che accompagnino i personaggi lungo tutto il loro percorso e che ne influenzino la crescita in maniera credibile.
Lo consiglio?
Petrichor è una lettura che ho amato molto e che mi sento di consigliare a chi cerca un fantasy steampunk in cui la componente emotiva occupa uno spazio importante e la crescita dei personaggi procede di pari passo con quella del loro legame.
Più che puntare esclusivamente sulla spettacolarità degli eventi, il romanzo sceglie di interrogarsi su cosa significhi affidarsi agli altri e imparare a convivere con le proprie fragilità. Ma parla anche di identità, memoria e appartenenza. Di quei legami che continuano a lasciare un segno anche quando sembrano spezzati.
Ed è forse proprio questa attenzione verso la dimensione più umana dei suoi protagonisti, insieme alla ricchezza del mondo costruito da Ahiryn Woodrop, ad avermi fatto apprezzare così tanto questa storia e a rendermi impaziente di tornare a Gardena.
4.5 out of 5.0 stars
